Pachino, attentato a Borrometi. Per i difensori di Salvatore Giuliano la notizia è “una bufala”

"Gabriele Giuliano, figlio di Salvatore, aveva già presentato querela negli uffici della Procura della Repubblica di Ragusa (concedendo al diffamatore la più ampia facoltà di prova ), dimostrando, con ciò, in modo chiaro, di voler ricorrere alla magistratura, per ottenere giustizia dei torti subiti"

L'avvocato Luigi Caruso Verso

I legali difensori di Salvatore Giuliano, gli avvocati Luigi e Paolo Caruso Verso, contestano le ricostruzioni in merito alla vicenda dell’attentato preparato nei confronti del giornalista Paolo Borrometi qualificandola come bufala ma esordendo attestando la solidarietà alla collega vittima della bomba carta Adriana Quattropani.

Nell’ordinanza di custodia cautelare ( che riguarda altri e non Giuliano…) a pagina 8, rigo 33, si legge:

Così al prog. 197 del 8.1.2018, a Giuseppe Vizzini che ingiuriava il giornalista d’inchiesta Borrometi del giornale online “La Spia”, il Giuliano consigliava di farlo ammazzare ( Vizzini G. “Stu lurdu”; Giuliano S. “Lo so, ma questo, ma che cazzo di.. p.i… è, ma perché non si ammazza, ma fallo ammazzare, ma che c** ti interessa”).”.

Secondo gli avvocati, chiunque sia siciliano e legga la frase pronunciata da Giuliano “ne capisce perfettamente il significato (nel nostro dialetto è un modo tipico per dire: lascialo perdere, non ti curare di lui ), illuminato, peraltro, in modo inequivocabile, dal “ma che c** ti interessa” finale“. Quindi i due difensori sottolineano che Giuliano dice a Vizzini di lasciar perdere e di non prestare attenzione alle “continue provocazioni di Borrometi” , mentre per gli inquirenti Giuliano “consigliava” di farlo ammazzare.

Nella stessa pagina, al rigo 45 si legge: “…Ancora, al progr. 345 del 20.2.2018 Vizzini Giuseppe commentava con i figli le parole di Salvatore Giuliano il quale, forte dei suoi legami con il clan Cappello di Catania, per eliminare lo scomodo giornalista stava per organizzare un’eclatante azione omicidiaria ( Vizzini G. “..se sballa..se sballa…che deve succedere picciotti… Cosa deve succedere! Succederà l’inferno! Ma no per i..P.I. ! Mentre già lo so! ..P.I… casa affittata a Pozzallo, P.I., quindici giorni, via, mattanza per tutti e se ne vanno; scendono..scendono..scendono una deci…scendono una decina…una cinquina..cinque, sei catanesi, macchine rubate, una casa in campagna, uno qua, uno qua…la sera appena si fanno trovare, escono…dobbiamo colpire a quello! Bum, a terra! Devi colpire a questo, bum, a terra ! E qua c’è u iocufocu! Come era negli anni 90, in cui non si poteva camminare neanche a piedi; Vizzini Simone: così si dovrebbe fare! Vizzini Giuseppe: mi disse: lo sai che ti dico Peppe? Ogni tanto un murticeddu, vedi che serve! Per dare una calmata a tutti! un murticeddu, c’è bisogno…così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…” .

Anche qui, secondo i due difensori, si scorge un  travisamento della realtà.

“Parlare di “eclatante azione omicidiaria” per “eliminare lo scomodo giornalista” appare non una forzatura, ma una vera e propria invenzione – dicono gli avvocati Caruso Verso –  Dal tenore della discussione si capisce chiaramente che lo “scomodo giornalista d’inchiesta” non c’entra un bel niente con i discorsi registrati (ai quali, peraltro, si badi, Giuliano non partecipa). Primo, perché si parla di Pachino. E il giornalista d’inchiesta vive altrove… Secondo, perché si fa riferimento agli anni ’90. E a Pachino, in quegli anni, crediamo, non sia mai stato ucciso alcun giornalista d’inchiesta… Terzo, perché si parla chiaramente di dare una calmata a tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia”. E quindi eventualmente non si riferirebbe a lui. “Peraltro, solo ad abundantiam – comunicano infine – per perseguire e far punire il giornalista d’inchiesta, il signor Gabriele Giuliano, figlio di Salvatore, aveva già presentato querela negli uffici della Procura della Repubblica di Ragusa (concedendo al diffamatore la più ampia facoltà di prova ), dimostrando, con ciò, in modo chiaro, di voler ricorrere alla magistratura, per ottenere giustizia dei torti subiti”.


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