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Pachino, “Abbiamo decifrato l’iscrizione sulla torre Scibini. E non era una torre di avvistamento”

“Commisit pavidus condar sua semina sulcis…”. Comincia così, secondo la finora inedita ricostruzione di Salvatore Cultrera e Guido Rabito, l’iscrizione quattrocentesca che sormonta l’ingresso della torre Scibini, il più importante elemento archeologico delle campagne pachinesi.

“Il lavoro è cominciato alcuni anni fa, nel 2013 – racconta Rabito, già incaricato dall’amministrazione comunale come responsabile per la creazione del contenuto del Museo Di Rudinì – Mi passò tra le mani un opuscolo sulla torre Scibini, in cui dell’iscrizione si dava una lettura che mi lasciava molto perplesso”.

“Allora ho cominciato a fotografare l’iscrizione prima dal basso, poi da varie angolature e con il sole a inclinazioni diverse, per cercare di leggere quanto più fosse possibile, anche aiutandomi con il camion con braccio idraulico in dotazione al Comune”. Sollevandosi fino all’altezza di quella che fu la terrazza della torre, Rabito ha potuto guardare il panorama intorno come fecero gli armati del Quattrocento, riuscendo così anche a sfatare alcune opinioni consolidate, come quella secondo cui la torre Scibini era una torre di avvistamento: “Dalla terrazza della torre, in realtà, del mare si vede pochissimo: solo un pezzetto di Morghella. Verso l’interno, si vede metà del profilo di Pachino. In realtà la torre è troppo in basso per poter essere una torre di avvistamento; è molto più in basso del piano piazza”.

Dopo aver fotografato l’iscrizione, però, occorreva decifrarla, e per questo Rabito si è rivolto al prof. Salvatore Cultrera, docente di lettere in pensione e autore di diverse pubblicazioni di storia locale. “La lapide è stata danneggiata dagli agenti atmosferici, – dicono Rabito e Cultrera – da fossili della pietra, ma anche dalle fucilate a pallettoni nell’Ottocento e a pallini nel Novecento”. Fucilate? “Sì, – confermano i due – i cacciatori usavano la lapide come bersaglio per fare la gara a chi aveva la mira migliore”.

Altra difficoltà, le abbreviazioni: “Per interpretare l’iscrizione abbiamo dovuto sciogliere le abbreviazioni, tipiche delle lapidi, anche facendo il confronto con altre iscrizioni dell’epoca”. In conclusione, ci sono otto righe di senso compiuto, non tutte di univoca lettura: ci sono ancora delle perplessità, in alcuni punti sono possibili più letture, altrove il testo è irrimediabilmente perduto.

Rabito e Cultrera smentiscono alcune opinioni consolidate: “Si è detto che l’iscrizione era un bando per assoldare i militi, ma questo non corrisponde al testo ricostruito, anche perché era impossibile leggere un bando posto all’altezza di 12 metri!”. Sbagliata anche la data: “1494 e non ’93, come è stato detto”. Il pregiudizio più radicato è che la torre fosse un luogo di avvistamento contro i pirati: “Sbagliato: la vera vedetta contro i pirati era torre Fano, come si evince anche dai documenti del Senato di Noto ritrovati da Antonello Capodicasa e da lui studiati”.

Ma allora a che serviva la torre? “La torre Scibini nacque per volere di Antonio Xurtino, capitano di giustizia del Senato di Noto, per non subire più i furti e le razzie che il padre aveva subito nel feudo. Furti e razzie fatti non dai pirati saraceni, ma dalle comunità rurali”. Sopra il portone della torre fece porre l’iscrizione, che tradotta suona così: “Il fondatore affidò timoroso i propri semi ai solchi. / E il siculo colono al soffio dello scirocco diveniva preda (dei corsari). / Antonio di Xurtino si fa avanti (…) / Egli che era incappato negli stessi danni subiti da suo padre. / Per questo motivo costruì questa ripida fortezza. D’ora in poi i campi saranno verdeggianti. / Le popolazioni costiere non saranno impegnate a cacciar via la flotta ben allestita. / Questo rifugio è stato costruito / nel 1494. X”. Dove X sarebbe l’iniziale del nome di Xurtino.

Salvatore Cammisuli


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