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Pachino, completata la “Trinacria” a piazza Colonna, ma l’autorizzazione della Soprintendenza non arriva

Guastelluccia: “Tramite un bando poteva essere selezionato un progetto più valido”

Piazza Colonna

Passi anche che l’improvvisazione e l’approssimazione possano essere confusi, dai più distratti, con l’arte o con la bellezza. Ma la lingua italiana ha dei parametri oggettivi e precisi, a partire dall’alfabeto. L’ “affresco concettuale” della facciata del palazzo che si affaccia su piazza Colonna, quella Trinacria che vuole rievocare la cartina della Sicilia precedentemente esistita e poi da qualche scellerato cancellata, è nato male e potrebbe finire peggio.

Si è sollevata una feroce polemica tra i sostenitori dell’ “opera” (pochi) e gli inferociti (tanti) che ne chiedono l’immediata cancellazione o tuttalpiù delle “modifiche migliorative”, quasi un intervento chirurgico per cancellare gli inestetismi.

Comunque, la polemica non è fondata solo sulla base dei gusti. In un’opera che può essere paragonata a un lavoro pubblico, il requisito indispensabile è la professionalità. Non ci si può accontentare del “volemose bene”, perché una comunità non può cibarsi di “volemose bene”. E quella pachinese, che necessità di crescere, esprimersi e trovare una identità che da sempre cerca e non ha mai avuto, non può accettarlo.

Dunque, innanzitutto la lingua. Anzi, partiamo dalla regolare individuazione di vocali e consonanti: la “S” (leggasi “esse”) della scritta “Scibini” si scrive così come impone l’alfabeto italiano, rivolta verso destra e non al contrario come è stata dipinta per licenza poetica o distrazione.

Se si volevano attrarre i turisti, è un bel pugno allo stomaco. O, forse, è il modo migliore per dimostrare la reale valenza della nostra comunità. Ma c’è di più, l’opera in questione necessita delle autorizzazioni in una zona che oltre ad essere il centro del centro storico è il primo nucleo abitativo cittadino di Pachino. E come tutti i centri storici cittadini italiani, sottoposto – giustamente – a vincoli  chiari e restrittivi della Soprintendenza ai Beni culturali di Siracusa.

Il dipinto è stato autorizzato dagli uffici comunali previo parere, appunto, della Soprintendenza. “Gli autori – ha spiegato il viceprefetto Rosanna Mallemi, della Commissione straordinaria – si sono proposti per partecipare all’avviso di adozione bene comune. Noi abbiamo chiesto di produrre parere (della Soprintendenza) e concesso una autorizzazione condizionata”.

L’istanza è stata inviata a dicembre tramite Pec dalla Pro Loco Marzamemi, eppure il parere, al momento, non è stato ancora rilasciato. La stessa architetto Alessandra Ministeri, dirigente della sezione per i beni architettonici e storico-artistici, ha confermato fino a ieri pomeriggio di non aver autorizzato, al momento, il dipinto in questione.

Apprezzo l’impegno, la passione e l’interesse delle due concittadine  – ha raccontato Corrado Guastelluccia – che gratuitamente hanno messo a disposizione tempo e denaro per la nostra comunità, non apprezzo però tutto il resto”. La critica rivolta alla Commissione straordinaria che guida l’ente municipale è che del progetto non sarebbe stata fatta “un’analisi accuratissima – ha continuato Guastelluccia – di ciò che potrebbe essere il risultato finale. Senza una ricerca sull’artista e, soprattutto, senza un bando per invitare la comunità tutta e non solo alla realizzazione di progetti sicuramente più validi artisticamente e stilisticamente”.

Solleciteremo – ha continuato Rosanna Mallemi – una richiesta di parere da parte della Soprintendenza di Siracusa, per metterci in condizioni di intervenire”.


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