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Pachino, La storia mai raccontata di Pierantonio Caja e degli altri pachinesi caduti nella prima guerra mondiale

Finora nessuno aveva ricostruito la storia del pachinese Pierantonio Caja, sottotenente durante la prima guerra mondiale. Una storia, la sua, che riassume in sé le vicende di tanti altri soldati usciti con gravi traumi dall’esperienza della guerra.

Caja, nato a Pachino nel 1895, al fronte ci andò per senso del dovere verso la Patria, che tra il 1915 e il 1918 mandò molti suoi figli a morire nella strage della guerra mondiale. Allo scoppio della guerra Caja era sul fronte dell’Isonzo, nella Venezia Giulia, dove rimase per tutta la durata della guerra.

Lì Caja prese parte a tutte e dodici le battaglie dell’Isonzo, dalla prima, tra il giugno e il luglio del ’15, fino alla dodicesima, la disfatta di Caporetto, conclusasi nel novembre del ’17. Come sottotenente, Caja, pur uscendo ogni volta salvo, in ciascuna battaglia si trovò a comandare un plotone di soldati ogni volta nuovo perché ogni volta decimato dalle armi nemiche. Veder morire tanti commilitoni alla fine consumò anche lui: il 20 febbraio 1919, a guerra finita ma ancora in servizio, si uccise con il veleno, probabilmente per il grave trauma psicologico subito.

Oggi il nome di Pierantonio Caja è ricordato sul monumento ai caduti in piazza Vittorio Emanuele, ma perché la sua storia fosse ricostruita e raccontata bisognava aspettare le ricerche contenute nel libro “Pachino, l’altra storia. Le ragioni di un ritardo”, appena pubblicato da Sebastiano Lupo presso l’editore Morrone, con una prefazione di Corrado Di Pietro.

Sebastiano Lupo, meglio conosciuto come Nello, nato a Pachino nel 1951, è psicoterapeuta e pedagogista, autore di studi di neuropsicologia e cultore di storia pachinese. Il suo ultimo libro ricostruisce la storia di Pachino dalla fondazione, avvenuta tra il 1756 e il 1760, e la prima guerra mondiale. Un libro che, tra l’altro, sfata diversi luoghi comuni.

“Ad esempio – spiega Nello Lupo – non è affatto vero che Pachino nacque come paese vitivinicolo, come spesso si crede. Nei primi decenni l’agricoltura pachinese fu di pura sussistenza, e anzi a Pachino lo sviluppo delle strutture produttive, economiche e sociali avvenne in ritardo rispetto al resto del Meridione”.

Viene sfatato anche il mito di Antonio Di Rudinì imprenditore illuminato e progressista: “Sul piano teorico – dice ancora Nello Lupo – Di Rudinì era un economista all’avanguardia, fautore del liberismo economico e della libera concorrenza, che esigeva il frazionamento del latifondo in piccole proprietà. Nella pratica, invece, Di Rudinì da un lato difese i latifondi, dall’altro favorì la nascita non della piccola, ma della piccolissima proprietà, dando ai coltivatori diretti terreni tanto piccoli che da essi potevano trarre solo di che sopravvivere”.

Il libro, frutto di un’ampia ricerca documentaria, continua ricostruendo la nascita del Palmento Di Rudinì, la fondazione della Chiesa valdese e le sue opere economiche e sociali, l’ascesa socialista, la politica agli inizi del Novecento e le vicende dei pachinesi caduti nella guerra mondiale.

E il resto della storia di Pachino? “Anche questa riserverà molte soprese – conclude Nello Lupo – C’è da raccontare, nel secondo volume che uscirà a dicembre, la storia dei pachinesi morti nei campi di concentramento sovietici. Un’altra vicenda mai raccontata, anzi, potremmo dire, più o meno volutamente dimenticata”.

Salvatore Cammisuli


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